A cura di Federica Peruzzi

Santa Maria maggiore è una delle quattro basiliche papali di Roma (le altre sono: San Pietro in Vaticano, San Paolo Fuori Le Mura, San Giovanni in Laterano e Santa), situata in piazza dell’Esquilino, sulla sommità dell’omonimo colle, tra il rione Monti e l’Esquilino.

È l’unica basilica romana ad aver conservato l’impianto antico.

Infatti questo edificio non fu di committenza imperiale, ma fu frutto del mecenatismo papale.

Il papa che commissionò la chiesa fu papa Sisto III che nel 432-440 la edificò.

Abbiamo questa informazione certa grazie al Liber Pontificalis, che ormai siamo abituati a conoscere e anche perché nell’ odierno arco trionfale della basilica compare un’iscrizione musiva che recita: “Sisto vescovo al popolo di Dio”, il papa perciò dedica la chiesa al popolo.

Non solo; il nome di Sisto doveva comparire anche nel mosaico di controfacciata che fu distrutto con i lavori del 1500-1600.

Il mosaico di controfacciata recitava “Vergine che ha generato l’uomo e la nostra salvezza”, il papa celebra Maria in quanto madre dell’uomo e del Dio.

Il nome di Santa Maria Maggiore è il nome della basilica già al tempo di Sisto.

Fino a questa chiesa non avevamo trovato nessun complesso chiesastico dedicato alla Vergine; siamo abituati a vedere dedicazioni a santi da San Pietro, a Santa Agnese e così per la maggior parte delle chiese romane.

Questa, infatti, fu la prima chiesa, almeno la prima che ci resta, dedicata alla Vergine.

L’intento di dedicare la chiesa alla Vergine non fu casuale, ma si inseriva in uno specifico piano del pontefice.

Nel 431, un anno prima della costruzione della chiesa, ad Efeso si svolse un concilio fondamentale per mettere a tacere tutte le eresie che stavano dilagando nel mondo della cristianità.

Il concilio di Efeso, il terzo concilio ecumenico, fu convocato dall’imperatore Teodosio II per fermare l’eresia del nestorianesimo.

La dottrina nestoriana, infatti, afferma la totale separazione delle due nature di Cristo, ovvero quella divina e quella umana, negando quindi che siano un’unica natura.

Non solo: questa dottrina ribadisce che Maria ha generato l’uomo Gesù e non il Dio, quindi rifiutano a Maria il titolo di Madre di Dio, Theotokos, riconoscendola solo come Madre di Cristo, dal momento che il Cristo che nacque da Maria era solo un uomo su cui poi Dio discese.

Ovviamente il papa di Roma, come tutta l’ecumene cristiana era contro questa visione della doppia natura di Cristo, ma soprattutto era assolutamente contrario al non definire la vergine Madre di Dio.

Il papa, perciò, per sancire il ruolo di Theotokos di Maria, fa costruire a Roma la prima basilica a lei dedicata.

L’altro nome con cui la basilica è conosciuta è basilica Liberiana.

Nel Liber Pontificalis viene raccontato che nella zona dove sorge la basilica, in epoca romana si trovava il Macellum Liviae, ovvero il mercato fatto costruire da Livia, la moglie di Augusto.

Nei dintorni del mercato papa Liberio intorno al 352 costruì una chiesa, che gli antichi chiamavano di Liberio.

Per lungo tempo gli studiosi hanno dibattuto se le fondamenta di santa Maria Maggiore sorgessero sulle fondamenta della basilica liberiana, ma grazie alle indagini recenti si può affermare con sicurezza che la basilica di Liberio non si trovi sotto la basilica attuale.

Infatti nel medioevo si era soliti costruire e distruggere chiese, che magari cadevano in disuso o in totale stato di abbandono e nel momento in cui venivano costruite altre chiese lì intorno, quest’ultime ne prendevano il testimone, quindi diventavano le nuove dedicatarie del titolus.

Purtroppo non sappiamo dove potesse essere ubicata la vecchia chiesa di Liberio.

La basilica di santa Maria Maggiore è un edificio a tre navate, dove la navata centrale è più ampia delle laterali che infatti da essa sono separate da un colonnato con capitelli ionici e architrave.

Nella basilica medievale le finestre erano moltissime, alcune nel corso dei lavori barocchi furono obliterate, rimangono però ancora visibili le cornici delle finestre che ci fanno intendere quante fossero e che grazie ad esse, l’interno della chiesa fosse molto illuminato.

Il soffitto odierno è moderno; fu commissionato da papa Rodrigo Borgia nel 1500; le fonti rinascimentali raccontano che papa avesse commissionato questo soffitto con i proventi        dell’oro della scoperta delle Americhe.

Il soffitto precedente doveva essere ligneo e molto probabilmente a capriate.

La decorazione della basilica originale è pertinente alla zona sopra l’architrave nella navata centrale e l’odierno arco trionfale, questo perché nella basilica di Sisto quello era l’arco absidale.

Nel 13° secolo, infatti, papa Niccolò IV decise di aggiungere un transetto, come lo aveva san Pietro in vaticano, perciò venne distrutto l’abside originale, che venne ricostruita diversi metri più indietro lasciando, in questo modo, un ampio spazio per costruire il transetto.

Questi lavori hanno portato perciò alla distruzione della decorazione di Sisto, che possiamo solo immaginare.

In età barocca però venne richiuso il transetto e con esso le pitture di 13 secolo di Niccolò IV.

La decorazione della navata doveva partire dai due lati e proseguire nella zona dell’arco absidale, dell’abside e nella controfacciata.

Sopra l’architrave si trovano riquadri che illustrano le storie del vecchio testamento.

Purtroppo tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 furono aperte le due cappelle laterali e con esse i relativi arconi che hanno distrutto parte dei riquadri musivi.

Ogni riquadro aveva lo stesso impianto: alternanza del timpano triangolare a quello semi-circolare, colonnine tortili ai lati dei riquadri e parate che separano i due blocchi.

I pannelli perciò risultavano nettamente separati, come se fossero quasi dei quadretti autonomi.

La decorazione originale era di 42 riquadri su ambo i lati, ne sono rimasti solo 27

La parte sinistra aveva come protagonisti le storie di Giacobbe e Isacco.

L’impianto delle scene è sicuramente classicista: le figure sono disposte in maniera equilibrata, presentano una gestualità misurata, ogni figura ha il suo spazio, c’è anche la minima attenzione ai dettagli anatomici, sia per gli animali che per gli uomini e infine il paesaggio è prettamente naturalistico.

Ad esempio i cavalli disposti uno dietro l’altro danno l’idea di uno spazio profondo e quindi sembrano realmente esistenti, oltre ad avere un movimento realistico ed una anatomia perfetta.

Nella scena di Abramo e Lot: abbiamo le architetture che vengono disposte in scorcio e ciò ci dà un’idea dello spazio reale in cui si stava compiendo la scena.

Prendiamo anche ad esempio la figura di Melchisedec, che qui ha valore di anticipatore del rito dell’eucarestia e rappresenta la perfetta unione tra antico e nuovo testamento: esso è rappresentato come un uomo possente e con le vesti che perfettamente avvolgono il personaggio come in un abbraccio simbolico.

Nella parete di destra abbiamo le storie di Mosè e Giosuè.

Vengono rappresentati più episodi nello stesso riquadro, quindi abbiamo una densità di figure che quasi si sovrappongono.

Gestualità meno pacata, ma più concitata e dinamica e contrasto maggiore tra i colori, sono le differenze maggiori con l’altro lato.

Ma anche qui abbiamo le architetture poste in prospettiva e in profondità.

Non possiamo però parlare di un linguaggio anticlassicista, contrapposto ad un linguaggio classicista, ma piuttosto all’operato di due botteghe diverse all’altra parete.

Passiamo ora all’arco trionfale, ex absidale.

Arco S.Maria Maggiore

Qui abbiamo le storie del nuovo Testamento, in particolare le storie della nascita e dell’infanzia di Cristo.

Intanto a differenza dei riquadri della navata, qui abbiamo una profusione dello sfondo dorato.

Si passa da un episodio all’altro senza accorgersene.

Questo perché la volontà principale era quella di colpire lo spettatore con una valanga narrativa.

Il fondo oro infatti è popolato da personaggi divini come se fosse una visione celestiale.

Si comincia con l’angolo in alto a sinistra che riporta l’Annunciazione a Maria e poi quella a Giuseppe, segue poi la presentazione al tempio di Gesù bambino, il sogno di Giuseppe chiude la prima fila, si ritorna nella fila sotto a sinistra con l’Adorazione dei Magi, dall’altra parte l’omaggio di Afrodisiaco, si prosegue con la strage degli innocenti e il tutto chiuso dalle città di Gerusalemme e Betlemme.

Si decide di partire ancor prima della nascita di Cristo, l’Annunciazione, ovvero quando vi è l’incarnazione di Cristo, il momento dogmatico fondamentale per la fede cristiana, quando la Vergine Maria rimane incinta di Cristo a seguito dell’annuncio del messaggero divino, in cui la vergine ha una maternità divina e anche verginale.

Nell’Adorazione dei Magi il Cristo viene rappresentato bambino su un trono gigante e riccamente decorato, viene presentato come un re; accanto a lui due donne Maria e la personificazione della chiesa, la prima vestita con abito da imperatrice, la seconda invece con un abito molto umile e a capo coperto a rappresentare la povertà della chiesa.

I magi che sono i saggi e i ponenti dell’antichità si inchinano di fronte al bambino Gesù appena nato che è il divino, il re, il potente e il maestro già al momento della sua nascita, ancora di più a riaffermare che la Vergine ha generato l’uomo e il divino.

La storia di Afrodisio, (in pochi la conoscono), è un episodio tratto dal protovangelo di Giacomo, un vangelo apocrifo.

Noi adesso siamo abituati a definirlo apocrifo, non canonico, ma nel medioevo questa differenza non esisteva, si pescavano gli episodi da tutti i vangeli conosciuti.

Afrodisio è un governatore di Sotine in Egitto, la sacra famiglia arriva a Sotine e cercano riparo, finisce dentro un tempio pagano: all’ingresso del bambino tutte le statue pagane cadono, Afrodisio viene chiamato dai cittadini e accorre a vedere; quando vede la scena che si trova davanti, capisce di essere al cospetto del re dei re, si inchina di fronte a lui e si converte.

I Magi rappresentano i grandi saggi, ma Afrodisio rappresenta il potere politico ed entrambi riconoscono la magnificenza del bambino fin da piccolo: non a caso le due immagini sono speculari, perché rimandano allo stesso messaggio.

Le figure che troviamo nell’arco sono più iconiche, rigide.

Nella navata era più importante il valore narrativo dei racconti, nell’arco l’intento era quello di dare importanza ai soggetti.

Per quanto riguarda il mosaico dell’abside si possono fare solo ipotesi.

La prima ipotesi che gli studiosi si sono fatti è che ci potrebbe essere stata l’immagine di Cristo.

L’altra ipotesi che si sta percorrendo in questi ultimi anni è che forse l’incoronazione della Vergine di Niccolò IV, potesse riprendere l’iconografia dell’abside antico.

Altri studiosi prendono riferimento da una fonte racconta che in controfacciata si trovasse un’iscrizione, la stessa che faceva il nome di Sisto III, ma parlava anche di quello che era rappresentato nell’abside e dice che vi fossero rappresentati i Testimoni.

Ma chi sono i Testimoni?

Ovviamente il riferimento è ai martiri che hanno attestato, con la loro morte, la fede in Cristo e sotto i loro piedi doveva essere rappresentata la passione di ognuno.

I martiri con i loro strumenti della passione avrebbero dovuto offrire delle corone alla Vergine che forse sarebbe stata in trono con il bambino.

È solo un’ipotesi, che forse non potrà mai essere dimostrata, ma che è sicuramente affascinante. Se così fosse questa sarebbe la prima basilica intitolata alla Vergine e con la rappresentazione della stessa nel catino absidale.